Relazione del libro “La vita delle cose” di Remo Bodei

Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza, Bari, 2009

1. Sin da piccoli gli esseri umani imparano a situare le cose nello spazio e nel tempo, a dargli una fissità ed un contorno che di per sé non hanno. Al termine del processo di apprendimento dei nomi e della determinazione di un confine-forma delle cose, in base al quale tendiamo a far corrisponere ad una sequenza di lettere, cioè ad una parola, un solo concetto-oggetto, tendiamo a dimenticarci il percorso che abbiamo intrapreso per arrivare a trasformare entità senza forma, al di fuori della coscienza, in oggetti ed enti che hanno assunto significato per noi. Spesso il percorso di defnizione delle cose, intese nel testo dapprima come meri oggetti materiali e solo successivamente come valori e legami, ci porta ad un impoverimento della loro natura e del loro significato, in quanto tendiamo ad assegnargliene uno ed uno solo: «tendenzialmente univoco allo scopo di orientarci nel mondo […] raschiando […] e dimenticando i valori simbolici e affettivi».[1] L’autore ci ricorda che basta prendere un oggetto-fenomeno all’apparenza piuttosto comune e banale come la neve, per accorgersi dei limiti di questo modo di rapportarsi alla realtà. Si sa infatti che la neve viene “vissuta” e “vive” in maniera completamente differente presso culture diverse dalla nostra. Per noi ha un’importanza relativa e qualunque sua manifestazione possibile (neve sporca, neve ghiacciata, neve sciolta ecc…), viene delimitata nella nostra lingua da un’unica parola, per l’appunto “neve”. Per gli eschimesi invece ogni tipologia di neve ha un nome proprio, allo scopo di indicare la radicale differenza che esiste tra una manifestazione e l’altra di questo oggetto-fenomeno. Questo ci fa capire che presso le diverse comunità umane il rapporto con gli oggetti si traduce nel linguaggio, e quindi anche nel pensiero, in differenze significative, non solo morfologiche, ma anche semantiche. È impossibile trovare all’interno delle lingue una semantizzazione comune e universale della realtà. Essa dipende da vari fattori tra cui: l’emotività, la memoria, l’ambiente circostante, le necessità ecc… . Il caso della neve dimostra che le idee descrittivo-scientifiche di essa quali “stato fisico dell’acqua” o “prodotto di una singolare disposizione geometrica di molecole e atomi” non sono necessariamente le uniche valide o intuitivamente condivise da tutti, ma sono solo alcuni dei molti “recinti” di significato possibili, arbitrariamente tracciati.

2. Ma che differenza c’è tra una “cosa” e un “oggetto”? Nel testo viene suggerito di fare un passo indietro, nel passato, e tornare all’origine dei due termini attraverso «inaggirabili questioni filologiche», utili per chiarirci le idee. “Cosa” viene dal latino causa ed è «ciò che riteniamo talmente importante e coinvolgente da mobilitarci in sua difesa».[2] Il termine corrisponde all’incirca al latino res, al greco pragma e al tedesco Sache (da suchen = cercare). Tutti questi termini sono legati alla discussione, a ciò che interessa e di cui si parla o a ciò che ci sta a cuore e che dobbiamo difendere (res publica). Res contiene inoltre la radice del verbo greco eiro (parlare), così come accade per il termine latino rethor (retore). Aristotele e Hegel utilizzano, in maniera simile tra loro, il concetto di “cosa” (pragma, Sache), per andare oltre il significato etimologico del termine, descrivendo un particolare processo conoscitivo dell’uomo in cui le cose “parlano” attraverso di lui. Entrambi i filosofi affermano che c’è una forza che spinge tutti gli uomini alla ricerca e che prende vigore e forza dalle “cose stesse” (auto to pragma, Sache selbst), le quali acquistano una voce nell’uomo, comunicando la loro verità. In particolare, con queste espressioni (auto to pragma, Sache selbst) ci si riferisce al modo di conoscere le cose attraverso una dimostrazione lineare, come avviene in un teorema ad esempio, dove tutti i passaggi appaiono logicamente concatenati tra loro. Vengono quindi citati i versi del IV canto del Paradiso di Dante, in cui l’intelletto umano che ha raggiunto la verità è paragonato ad una bestia che riposa nella propria tana:

 

Io veggio ben che già mai non si sazia
Nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra
di fuor dal qual nessun vero si spazia.             126

Posasi in esso, come fera in lustra,
tosto che giunto l’ha; e giunger puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.               129

 

Il procedimento sopra descritto e chiamato da Bodei «svolgersi automatico dei contenuti» è anche alla base, se ci facciamo caso, di alcune affermazioni che abbiamo incontrato nel nostro percorso di studi e che nel corso del tempo sono diventate dei motti o modi di dire [rem tene, verba sequentur (tieni, afferra le cose, le parole seguiranno) e res ipsa loquitur (la cosa stessa parla/è la cosa stessa a parlare)]. «È evidente che, in termini rigorosi, l’oggetto esterno alla coscienza non è in grado di parlare: nel cogliere la cosa, nell’andare oltre l’oggetto muto, il pensiero presta voce alla “sostanza” [che qui indica in pratica il materiale inerte che ci si para davanti e che non ha ancora assunto un nome, non ha valore nè materiale nè affettivo per noi], a ciò di cui si nutre nel comprendere».[3] Bodei passa poi alla definizione di “oggetto”. Il termine è vicino alla parola greca problema che indica, di fatto, un ostacolo da superare: «l’idea di objectum (o, in tedesco, di Gegenstand, quello che mi sta davanti o di contro) implica […] una sfida, una contrapposizione con quanto vieta al soggetto la sua immediata affermazione, con quanto appunto, “obietta” alle sue pretese di dominio. Presuppone un confronto che si conclude con una definitiva sopraffazione dell’oggetto, il quale dopo questo agone, viene reso disponibile al possesso e alla manipolazione da parte del soggetto. La cosa non è l’oggetto, l’ostacolo indeterminato che ho di fronte e che devo abbattere o aggirare, ma un nodo di relazioni in cui mi sento e mi so implicato e di cui non voglio avere l’esclusivo controllo».[4]

3. Gli oggetti diventano cose attraverso un «processo che [li] trasforma […] in cassa di risonanza delle nostre idee, attività, passioni e fantasie […] Noi investiamo intellettualmente ed affettivamente gli oggetti, diamo loro senso e qualità sentimentali, li avvolgiamo in scrigni di desiderio o involucri ripugnanti, li inquadriamo in sistemi di relazioni, li inseriamo in storie che possiamo ricostruire e che riguardano noi o altri».[5] Gli oggetti possono essere anche persi e noi possiamo provarne dispiacere. La loro perdita ci segnala la caducità di tutte le cose e in particolare della nostra stessa esistenza. Nel testo la riflessione sulla metafora/verità filosofica “vita delle cose” è accompagnata dalla meditazione sulla morte, destino inevitabile, al quale gli oggetti inanimati, ad esempio, non sono costretti. Allo stesso modo di questi, anche i soggetti-oggetti dell’arte figurativa non lo sono, essendo pittoricamente immortalati per sempre. A questo punto della trattazione, rivolgendosi alla descrizione della perdita di cose e oggetti, viene fatto intervenire Freud. Egli ritiene che gli uomini facciano un investimento libidico nei confronti del mondo (quindi delle cose). Questo investimento è necessario a mantenerci in uno stato di equilibrio psichico, che dura fino alla rottura di uno dei legami possibili. La rottura provoca la dispersione della carica libidica investita in precedenza, e di conseguenza genera il disequilibrio della psiche. Questo porta il soggetto a rivolgersi altrove, per cercare di ri-sistemare la carica di rimbalzo che l’ha investito. Spesso risulta però molto difficile, perché nel momento in cui si trova un possibile sostituto, qualcosa dentro di noi ci impedisce di abbandonarcisi completamente, quasi temessimo di tradire la memoria di ciò a cui eravamo precedentemente legati.

4. Gli oggetti trasformati in cose sono, insomma, molto importanti per ciascuno di noi. Nella nostra vita ne incontriamo molti e dei più svariati, alcuni che ci sono appartenuti ed alcuni che ereditiamo. Questi ultimi ci raccontano qualcosa di qualcuno che non c’è più o è momentaneamente lontano da noi; rappresentano in parte la sua assenza-presenza e proprio per questo motivo consolano, arricchiscono, addolciscono il presente e la nostra memoria. Rafforzano la percezione dei legami con altri esseri umani e trasformano gli umili eventi della vita quotidiana in qualcosa di molto più alto, grandioso, spirituale. Ci permettono di costruirci illusioni, storie e immaginari infiniti di noi stessi, arricchendo la nostra esperienza quotidiana. L’essere umano ha dato talmente tanta importanza agli oggetti e alle cose da dargli letteralmente “vita”. Attraverso il feticismo, una pratica presente tra le popolazioni native di gran parte del mondo, che corrisponde alla trasformazione di oggetti inanimati in entità con poteri sovrannaturali, l’uomo ha animato l’intera realtà. Molte immagini classiche (statue ed edifici di culto) ed entità naturali come alberi o fenomeni atmosferici sono state spesso sovraccaricate di senso e significato. C’è nella venerazione di ciò che è inanimato, probabilmente, un’idea che ha sconvolto letteralmente l’uomo: ciò che è naturale, quindi la vita, è destinato a deperire, morire, non durare, mentre il suo contrario, gli oggetti inermi, sono collegati con il sovrannaturale perché possono sopravvivere a lungo, per sempre.

5. Noi possiamo descrivere in molti modi il mondo. Quando ad esempio applichiamo alla descrizione della realtà un approccio quantitativo, scientifico, ci accorgiamo che ci manca qualcosa. La nostra insoddisfazione è data dal fatto che, sebbene un certo desiderio di conoscenza sia stato appagato e riposi “in lustra” come dice Dante, un altro, qualitativo, fantastico, soggettivo, artistico non lo è, e necessita di qualcosa che lo soddisfi. Uno degli strumenti a disposizione dell’umanità per andare incontro a questa esigenza di dare senso alla realtà, è rappresentato dall’arte in tutte le sue forme, comprese la ricerca storiografica e le scienze umane. Noi, nel momento di sospensione dagli affanni della vita, andiamo alla ricerca di prodotti “artistici” in senso molto ampio. Guardiamo un film o una serie televisiva la sera, andiamo a vedere una mostra nel fine settimana, leggiamo un libro, disegniamo, studiamo la vita di altri, inventiamo storie, giochiamo ecc… . Nel Novecento Husserl e Heidegger, sulla scia di quanto era già stato detto da Hegel (arte = domenica della vita), hanno cercato di recuperare quest’importanza del rapporto qualitativo con il mondo. In particolare il secondo, attraverso l’esempio della descrizione di un’anfora/brocca, ha cercato di far capire i limiti della descrizione scientifica degli oggetti. La brocca da un lato «è il risultato del lavoro di un vasaio ed il suo vuoto è pieno d’aria»[6] ma dall’altro «il vuoto della brocca è un potenziale contenere ciò che si deve versare e offrire quale gesto d’ospitalità o di sacrificio agli dèi […] Ricoprendosi di una patina simbolica irriducibile a meri aspetti tecnici e logici, le cose assorbono, dunque, sia relazioni naturali che relazioni sociali (l’ospitalità) o religiose (la libagione)».[7] Le cose esistono per un motivo, sono inserite in un contesto e la loro esistenza spesso dipende da quella di altre. L’essere umano dà senso alle cose, introduce la finalità nella natura e dà un senso a ciò che prima non l’aveva. Nel momento in cui la realtà o parte di essa acquisisce un nome, inizia ad essere investita di una finalità. In questo modo il mondo diventa uno strumento nelle mani dell’uomo.

6. Il legame con le cose è molto importante per la nostra soggettività: se lo negassimo, lo rimuovessimo, cosa resterebbe di noi? Non si può prescindere dalle cose per capire chi siamo. Ogni volta che ci rivolgiamo al passato, ad esempio, ci rapportiamo con oggetti che hanno fatto altri prima di noi. È proprio grazie alla nostra capacità di decifrare i segni e le tracce di chi ci ha preceduto che noi ricostruiamo mondi, vite ed esperienze dei nostri simili. Le cose, sopravvivendo all’uomo nel corso del tempo, si sono portate con sé parte di lui, delle sue capacità, della sua cultura, della sua storia, dei suoi sentimenti. Con ciò capiamo che quando siamo di fronte ad un oggetto proveniente dal passato, non siamo di fronte solo a qualcosa di materiale, ma ad un’entità che racchiude in sé una storia e molteplici significati, che non si esauriscono nella sua descrizione chimico-fisica. Al seguito delle più recenti rivoluzioni industriali e tecnologiche sembra che sia cambiato in parte il nostro modo di rapportarci alle cose. In un’epoca di consumismo estremo si è scoperto che gli oggetti hanno sempre meno importanza (anche se l’iphone e la macchina prodotti in serie spesso hanno o producono o vengono investiti di valore affettivo). Questi prodotti, al contrario di quelli artigianali, sono concepiti per un mero scopo funzionale. Il design compensa questa perdita di valore facendo sì che essi siano per lo meno esteticamente belli. La bellezza, dice Bodei, è sempre più inflazionata e diffusa ovunque dal design, che riesce a rendere la funzionalità, attraente. Gli oggetti poi, trasformati in cose dalla pubblicità che li sovraccarica di senso, facendone dei poli attrattivi erotici, finiscono per essere comprati da individui che si sentono insignificanti nei loro confronti (alienati). L’uomo diventa succube della merce, si aliena quando vede che essa vale più del proprio lavoro (Marx), della propria vita e interessa agli altri più della propria esistenza. Per controllare questa debolezza, per far fronte al senso di inferiorità, l’uomo cede ed acquista la merce, metaforicamente sopraffacendola. In questo modo crede di aver vinto in parte il potere che l’oggetto esercita su di lui e di averlo ricondotto sotto la propria sfera d’influenza e controllo.

 

7. Riporto adesso un episodio curioso che lega tra loro arte, persone e cose, ovvero il caso di un paio di scarpe dipinte da Van Gogh. Prima che il critico d’arte Meyer Schapiro (1904-1996) svelasse che le calzature rappresentate nel quadro fossero quelle dell’autore, qualcuno aveva erroneamente interpretato questo soggetto. Martin Heidegger (1889-1976), il grande filosofo esistenzialista, era infatti, in cuor suo, assolutamente convinto di contemplare le scarpe di una contadina. Riporto le parole di Heidegger: «Nel massiccio pesantore della calzatura è concentrata la durezza del lento procedere lungo i distesi e uniformi solchi del campo, battuti dal vento ostile. Il cuoio è impregnato dall’umidore e dal turgore del terreno. Sotto le suole trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala. Per le scarpe passa il silenzioso richiamo della terra, il suo tacito dono di messi mature e il suo oscuro rifiuto nell’abbandono invernale. Dalla scarpa promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza al bisogno, il tremore dell’annuncio della nascita, l’angoscia della prossimità della morte. Questo mezzo appartiene alla terra, e il mondo della contadina lo custodisce…».[8] Seppur il filosofo sbagli nell’interpretare l’opera d’arte, riflettendo, si capisce che c’è qualcosa di più di un errore interpretativo nella sua descrizione. Ci si accorge che entrando nel quadro, divenendone il soggetto, le scarpe hanno subito una metamorfosi, sono diventate un’altra cosa, un’opera d’arte, e pertanto sono state esposte alla possibilità di essere interpretate, risvegliando lo spontaneo meccanismo ermeneutico presente nell’uomo. Per queste scarpe vale quindi il detto res ipsa loquitur, inteso come spontaneo sviluppo del pensiero che segue alla contemplazione. La pittura ci mostra non solo l’oggetto e la sua mera funzionalità, ma la polisemia dei significati che porta con sé. Nell’opera d’arte ci incontriamo con ciò che non c’è e che dobbiamo immaginare o ricostruire. Nel quadro la conoscenza diventa connaisence (con-naissence), nascere insieme di soggetto e oggetto, perché quest’ultimo parla attraverso di noi: «Nella visione [di un quadro ad esempio] attività e passività coincidono e per questo, aggiungo, la cosa stessa può esprimersi».[9]

8. Restando in tema di arte e di rappresentazione degli oggetti-cose, il libro si conclude con un capitolo dedicato alla pittura che noi in Italia chiamiamo “natura morta”, pittura considerata di genere, meno importante, che ha trovato nell’arte olandese la sua massima espressione. Si è già detto che l’arte trasforma dei semplici oggetti in cose. Nelle nature morte esse diventano simboli, rimandi ad altro, ad una realtà non presente nel quadro. La rappresentazione molto precisa, la quantità e la qualità dei dettagli presenti, non esauriscono il senso dell’opera, che contiene significati nascosti e allusioni. Il termine italiano “natura morta” traduce in maniera piuttosto cruda le espressioni: stilleven, Stilleben, still life. Nella nostra lingua si aggiunge un senso non direttamente esplicitato in queste opere, ovvero quello della morte. Nel nord Europa vengono chiamate piuttosto “vite silenziose” o “immobili”, intendendo semplicemente riferirsi alla staticità letterale del soggetto. Questo tipo di arte ri-nasce in Italia verso la fine del ‘500 con Arcimboldo (1526-1593) e Caravaggio (1571-1610), ma viene immediatamente esportato in Olanda. Il termine stilleven compare per la prima volta nel 1650. Prima di questa data tali artisti erano chiamati roprografi, ovvero pittori di rhopros, “piccole cose” (Vasari). Se prima di questo momento storico, nella pittura, il grande protagonista era stato l’uomo e gli oggetti erano stati funzionali alla sua rappresentazione, in particolare nell’arte sacra lo erano stati i santi accompagnati dai simboli del loro martirio, dal XVII secolo, in Olanda, l’oggetto diventa il soggetto, assoluto protagonista dell’opera. Ciò si dovette anche e soprattutto alla fede calvinista, che combatté a lungo la rappresentazione di soggetti sacri, ritenuta e condannata come una forma di idolatria. Gli oggetti rappresentati nello stilleven non sono comunque solo dei simboli legati all’esistenza umana e alla caducità della vita, ma anche la rappresentazione dell’incredibile, reale e concreta ricchezza delle Province Unite e del loro commercio con il mondo. L’Olanda del Seicento è infatti il centro del commercio mondiale. I soggetti rappresentati si trovano nella massima espressione della loro vitalità, nel loro toppunt (vertice), nel punto più alto della loro esistenza, proprio prima di iniziare a deperire e decomporsi. In questa pittura Bodei ci vede “miniature d’eternità”, recuperando il senso di eterno che era proprio della cultura greca; pertanto non un tempo lunghissimo, tanto lungo da essere infinito, «ma l’aion greco e l’aeternitas latina [che] non hanno alcuna relazione con la durata (adiotes). Si riferiscono dapprima alla vita e ai suoi fluidi, come il liquido seminale, le lacrime e il midollo spinale, in seguito alla durata della vita concessa agli uomini dagli dèi, e più tardi ancora alla vita stessa degli dèi […] e, infine, alla pienezza della vita in generale».[10] Questa pienezza di vita (plenitudo vitae), per Spinoza ad esempio, si raggiunge nel rapporto con la realtà attraverso le singole cose (res singulares), dopo aver imparato ad amarle e conoscerle in quanto nodo di infiniti rapporti con l’intera natura. Chi riesce a godere del mondo seguendo questa prospettiva ha in sé un incremento di gioia, un’espansione del proprio essere, rendendosi conto che le cose non sono affatto morte, ma fanno parte della natura che le (e ci) ingloba.[11]

9. Riporto infine due citazioni interessanti dalla parte finale del libro. Nella prima Bodei dice che «indipendentemente da Spinoza o dallo stilleven, attraverso le cose noi facciamo esperienza del fatto che non tutto si risolve nel foro interno, in una libertà soggettiva senza vincoli di dipendenza […] Le cose ci spingono a dare ascolto alla realtà, a farla “entrare” in noi aprendo le finestre della psiche, così da areare un’interiorità altrimenti asfittica […] Rilasciando gradualmente il proprio senso senza esaurirlo, vivendo, a loro modo, una vita propria, esse intrattengono con noi un legame di connivenza antagonistica: ci sono d’aiuto ci restano vicine e indispensabili, ma sfidando la nostra vorace o pigra tendenza ad appropriarcene senza residui, mantengono la loro sostanza».[12] Nella seconda l’autore fa un paragone con l’amore, non so quanto azzeccato, ma interessante per la dolcezza con cui è esposto. Parlando sempre delle cose, dice che «il nostro rapporto con loro somiglia, in tono minore, a quello dell’amore tra persone: per amare qualcuno, l’altro deve essere un altro me stesso, uguale a me per sentirmi in sintonia con lui, ma contemporaneamente, anche diverso da me, affinché mi completi in ciò di cui sono carente. Se fosse troppo uguale a me, una specie di copia perfetta, non avrei bisogno di lui; se fosse troppo diverso, uscirebbe dalla mia orbita e diventerebbe irraggiungibile. Spostando e facendo oscillare il suo mobile baricentro, l’amore compie il miracolo di esaltare la libertà nel legame e il legame nella libertà, di negare il possesso dell’altro e di mantenere, finché dura nella sua perfezione, una reciproca autonomia tra gli amanti».[13]

 

RAOUL MARTINELLI

NOTE:

[1] Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza, Bari, 2009, p. 10.

[2] Ivi, p. 12.

[3] Ivi, p. 16.

[4] Ivi, p. 20.

[5] Ivi, p. 23.

[6] Ivi, p. 45.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 90.

[9] Ivi, p. 92.

[10] Ivi, p. 103.

[11] Ivi, p. 113.

[12] Ivi, pp. 115-116.

[13] Ivi, pp. 116-117.

Umberto Eco – Perché i classici

Trascrizione della conferenza tenuta da Umberto Eco presso l’Università di Bologna

9 OTTOBRE 2002

Non abbiamo ancora deciso cosa sia un classico e ne do una definizione sociologica, cioè priva di giudizi di merito. “Un classico è un libro che tutti odiano perché sono stati obbligati a studiarlo a scuola”.

Qualcuno avrà visto sul supplemento “Sette” del Corriere della Sera che il critico ha lanciato una consultazione tra i suoi lettori per sapere qual è il libro da buttare nel cestino. La grande maggioranza è stata ottenuta dai Promessi Sposi, un classico tipo. A me è successo un colpo di fortuna spaventoso, mio padre, che non era un professionista della cultura, ma figlio di un tipografo, aveva avuto alcune letture nella sua giovinezza, e mi ha regalato i Promessi Sposi sei mesi prima che me lo facessero studiare a scuola. Io, quindi, l’ho letto per libera scelta, invece di fare i compiti di casa, e mi è piaciuto moltissimo, tanto che da allora l’ho sempre letto e riletto; tutti i miei compagni di scuola invece l’hanno trovato solo materia di studio. La scuola è organizzata in modo da farvi odiare i classici indipendentemente dalla bravura del vostro professore. Noi avevamo un professore di greco e latino che adoravamo perché era così simpatico, ma lui amava troppo i classici, quindi li leggeva assaporandoli nella bocca come se mangiasse del miele, non riuscendo a spiegarci perché dovevano piacere a noi. Noi assistevamo al grande spettacolo del suo orgasmo e così ce lo ricordiamo. Dopo di che non abbiamo mai capito la bellezza di un classico.

 Cos’è un classico?

È un sopravvissuto. Voi avrete sentitto parlare di termini come il “canone”. C’è un critico come Harold Bloom che ha già scritto il secondo libro sul canone. Il canone è quell’insieme di testi che noi giudichiamo fondamentali per la nostra cultura. Ciascuno può discutere se l’autore tale entra o non entra nel canone ma, insomma, c’è, ed è quest’insieme di autori. Ma un libro entra nel canone perché è sopravvissuto. Se voi leggete la Poetica di Aristotele, che tratta della tragedia, vedete che nomina un’infinità di tragedie. Noi ne riconosciamo due o tre, perché sono quelle che sono arrivate sino a noi, le altre non si sa cosa siano, sono morte per strada. Erano tragedie sfigate. Perché è sopravvissuto Sofocle e non un altro? Perché era il più bravo? Perché era il più ammanicato con gli organizzatori teatrali? Per caso? Perché le sue opere non erano in quel posto che è bruciato? Non lo sappiamo. Se andava un poco più male, non sopravviveva Dante perché nel ‘700 non lo voleva vedere più nessuno.

Comunque dobbiamo avere una certa fiducia nel filtraggio storico. Anzitutto, qualcuno ogni tanto mi viene a spiegare che ci sono i libri seri che sono i classici, anche scritti ora ma che aspirano a diventare i classici, e che ci sono invece i bestsellers, che la gente pronuncia “betsellers”, e che sono quelli che, in quanto divertono eccetera, hanno una grande tiratura e non hanno valore letterario. Bene, i classici sono sopravvissuti perché erano tutti bestsellers. Era un bestseller la Bibbia e lo è ancora, Dante veniva recitato anche dai fabbri, ad alta voce, come vuole l’aneddoto di Boccaccio. Manzoni, poveretto, c’ha rimesso un sacco di soldi, perché sono state fatte decine e decine di edizioni pirata dei Promessi Sposi, in varie lingue. Lui non prendeva diritti d’autore, ma era un enorme bestseller. Quindi sono sopravvissuti in quanto bestsellers.

È questo un criterio attendibile?

Voi sapete che esiste una pubblicità immaginaria, ma non inverosimile che dice “mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliarsi”. Ora, ci sono due obiezioni a questa pubblicità: uno, che è anche possibile che milioni di mosche possano sbagliarsi come è possibile che milioni di cittadini votino male eccetera eccetera; secondo, che può darsi che le mosche abbiano esigenze che non sono le nostre. Quindi un libro era un bestseller nel II secolo a.C., perché rispondeva ad alcune esigenze, che non sono più le nostre. Però questa battuta sulle mosche si basa su un principio che si usa anche in teologia, ed è la dimostrazione dell’esistenza di Dio per consensus gentium. Non è una grande dimostrazione razionale, non ha fondamento scientifico. Ma, dice “non potete negare l’esistenza di Dio visto che da millenni e in ogni cultura “le genti” hanno creduto in un principio superiore”. L’idea del consensus gentium è molto importante, perché anche un ateo, non può non tenere conto del consensus gentium, e quindi può come ateneo non credere in Dio, ma non può prendere sottogamba il fatto che “le genti”, nel corso dei millenni, si siano poste il problema del sacro. E quindi vedete che il consensus gentium qualche attendibilità ce l’ha. I classici sono arrivati a noi perché sono sopravvissuti. Sono sopravvissuti per ragioni darwiniane, per le stesse ragioni in cui noi Homo Sapiens Sapiens siamo sopravvissuti e l’uomo di Neanderthal invece si è estinto. Cioè, i classici sono stati più fortunati dei dinosauri.

Perché?

Perché con i classici ci troviamo di fronte a un problema, che è quello della memoria. La memoria è fondamentale per la vita individuale. Chi improvvisamente per una lesione cerebrale perde totalmente la memoria diventa un’ameba, non ha più… È per quello che a me non interessa il problema della reincarnazione. Non m’interessa che mi dicano che mi reincarno in un cammello se poi quel cammello non si ricorda quello di cui mi ricordo io adesso, e sono affari suoi e non miei. La memoria è fondamentale per le società. Sin dalla preistoria il vecchio seduto sotto una quercia che racconta i miti e le storie delle epoche precedenti ai giovani, tramanda questa memoria: la società vive e si sviluppa proprio perché si trascina dietro questa memoria. Le biblioteche altro non sono che una garanzia di sopravvivenza della memoria collettiva e, con tutti i suoi difetti, lo è anche il web. Senza memoria, si vive di meno e si ha minore personalità. Ma ci sono anche i rischi della memoria. Forse voi avete letto quella novella di Borges dove c’è un personaggio che si chiama Funes el Memorioso, che ricorda tutto, ricorda ogni foglia di ogni albero che ha visto nella sua vita, ricorda ogni cosa che gli è successa, in qualsiasi istante. Ricorda tutto. Ha una memoria totale. Ed è praticamente un imbecille. Perché non ce la fa. È come il web. Se noi dovessimo, di colpo, sapere tutto quello che c’è nel web, diventeremmo pazzi. Quindi qual è la seconda virtù della memoria. La prima è quella che conserva, la seconda è quella che filtra. Guai, se la memoria, sia individuale che collettiva, non facesse delle decimazioni giorno per giorno e buttasse via quello che non vale la pena o che è troppo complicato ricordare. Saremmo tutti come Funes el Memorioso.

Quindi classici sono il doppio risultato dell’attività di conservazione e di filtraggio della memoria. Dobbiamo fidarci di questo filtraggio? No, per le stesse ragioni per cui non dobbiamo fidarci necessariamente della democrazia. Può darsi che la maggioranza abbia votato in un modo, ma noi possiamo contestare che questa maggioranza abbia avuto ragione. Così, si contesta continuamente il filtraggio. Si dice “guardate, si è dimenticato pincopallino autore importantissimo del Seicento”. Le università campano su questo, di persone che vanno a ripescare, come psicanalisti, nella spazzatura della memoria, cose che sono state dimenticate, e le ripropongono. Però, così come Churchill diceva che la democrazia è una pessima forma di governo, ma sinora non si è trovato nulla di meglio. Così non si è trovato nulla di meglio di questo “va e vieni continuo” per cui il canone rimane sempre con un nucleo costante, ma alla periferia si arricchisce continuamente. Si decide che l’autore più famoso dell’800 francese si chiamava Sue e nessuno lo legge più e contemporaneamente, uno degli autori disprezzati, si chiamava Dumas e oggi, non ho oggi, tra un mese circa, lo insediano al Pantheon.

Ma fate pure conto che tutti i classici sopravvissuti siano stati scelti male. Va be’, è stato un incidente, come se ce l’avesse fatta l’uomo di Neanderthal e non ce l’avesse fatta il Sapiens Sapiens. Guardate che noi oggi, per esempio se andiamo dallo psicanalista, parliamo di complesso di Edipo perché la storia ce l’ha raccontata Sofocle. Se andiamo ad analizzare i nostri modi di conoscenza, il nostro linguaggio, persino quando parliamo di angolo retto, lo facciamo perché prima ne ha parlato parlato qualcun altro, in questo caso Euclide. Quindi leggere questi classici, che son sopravvissuti per sbaglio e mettiamo, ammettiamo pure, per ragioni sbagliate, serve però a capire come pensiamo noi. Pensiamo così per ragioni sbagliate? Non importa, però se non capiamo da dove ci arriva questo pensiero, non ce la caveremo mai. I classici riscoperti o ri-scoperti dalla collettività che arricchisce il canone o dall’ individuo che per la prima volta decide di leggere i Promessi Sposi, sono pieni di deliziose sorprese. Due giorni fa Benigni è stato qui a raccontare come prima di iniziare il montaggio di un film, lui si rilegga Dante perché ci trova delle tecniche di montaggio favolose. Io ho dedicato alcune pagine al montaggio televisivo dell’inizio dei Promessi Sposi. Chiunque abbia una telecamera digitale e volesse riprendere qualcosa dal balcone di casa propria, farebbe bene a rileggersi l’inizio di questo romanzo, per capire come deve muoversi la camera. Non si capiscono le macchinazioni del romanzo poliziesco se non si vanno a rileggere i colpi di scena dell’Edipo re di Sofocle. Altro che Poirot, l’Edipo re è uno dei più grandi romanzi polizieschi di tutti i secoli. Quindi sono un territorio di avventura continua.

Ma può darsi che non vi interessi niente di tutto questo. Il problema è che la lettura dei classici, con la massima libertà nell’arricchire il cannone a vostro piacere, allunga la vita. Di solito noi diciamo che quando non succede niente il tempo non passa mai, invece quando abbiamo trascorso ore o giorni appassionati diciamo che il tempo è volato in un minuto. Ma non è vero! Cercate di ripensare una giornata o una settimana noiosa che avete trascorso qualche tempo fa: ne ricorderete pochissimo. Quelle ore e quei giorni formeranno tutti nella vostra memoria una melma, uno spazio brevissimo. C’è gente che è arrivata alla fine della propria vita, dopo aver fatto ogni giorno le stesse cose, si guarda indietro, e non gli pare neanche di essere stata al mondo. Tutto è passato spaventosamente in fretta. Invece pensate a una giornata, una settimana in cui sono accadute moltissime cose, una dietro l’altra, tutte emozionanti, magari quindici giorni che avete passato in montagna o la settimana di tragedia intorno alla morte di una persona cara. Vi ricorderete tutto. Li ricorderete come giorni pienissimi, che fate fatica a riassumere, e avrete l’impressione di avere vissuto per fortuna o purtroppo, a seconda della faccenda, moltissimo. E questa è una delle ragioni per cui gli uomini si sono dedicati sempre a ricostruire il loro passato, come ho detto, anche per bocca dei vecchi che raccontavano intorno al fuoco. Qualcuno che insieme ai suoi ricordi personali abbia anche la memoria di quel giorno che fu assassinato Giulio Cesare, della battaglia di Waterloo, ricorda più cose di chi non sa nulla di quello che è accaduto agl’altri. Io tra i miei ricordi ne ho alcuni di molto emozionanti di cose che non sono accadute a me, ma a mio padre, mia madre, mia nonna, a uno zio, che me l’hanno raccontato, certe volte anche più e più volte, così che sono venute a far parte della mia memoria personale. Ho delle ricchissime memorie della Prima Guerra Mondiale, in cui non ero ancora nato.

Ricordando di più è come se avessi vissuto più a lungo. E penso che questa sia una buona ragione per leggere i classici, indipendentemente da tutte le altre che possono venire accampate. Una volta l’editore Valentino Bompiani aveva detto “un uomo che legge ne vale due…”. Preso nel modo più facile si può intendere che chi legge è più colto, quindi sapendo più cose avrà più successo, ma non è questo. Sappiamo benissimo che talora ha immenso successo chi non ha mai letto niente e di uomini ne vale mezzo. Non è per il successo che bisogna leggere. Ho la sensazione di avere avuto un’infanzia lunghissima e piena proprio perché piena di ricordi che ho rubato ad altri. Li ho rubati a Sandokan e Yanez mentre correvano coi loro prahos e i Mali Malesi, a D’Artagnan mentre duellava con il barone de Winter, all’Uomo mascherato che inseguiva Diana Palmer, e anche a Renzo e Lucia in fuga su un ramo di Como, perché quel “tanto” di vita, che si conquista leggendo, non discrimina tra grandi opere d’arte e letteratura di intrattenimento. Fanno parte della mia vita la scalinata di Odessa dell’incrociatore Potëmkin e gli inseguimenti alla diligenza visti nel più smandrappato dei film western, anche se l’inseguimento alla diligenza di Ombre Rosse mi ha fatto vivere più a lungo di molti altri inseguimenti fatti da Randolph Scott in trucolor. Ma in fondo fanno parte della mia vita anche vicende non romanzesche, storie di dinosauri, il modo in cui Madame Curie ha scoperto il radio o alcune domande millenarie sul mondo. Non fatevi ricattare da chi vi dice che bisogna leggere solo i libri importanti. Ho ricordi intensi e bellissimi anche di libri forse scipiti, ma che mi hanno nutrito lunghi pomeriggi di eccitazione. Sono grato a tutti coloro che scrivendo per me mi hanno concesso una vita talmente lunga che non riesco a ricordarla tutto in un colpo, e devo ricordarla a rate. Per questo spero di campare ancora a lungo per ricordare tutto quello che mi hanno raccontato. Forse quando si è molto giovani, non si pensa che valga la pena di vivere molto. Io mi ricordo che quando ero ragazzo dicevo “vorrei morire a sessant’anni perché così poi non si diventa malati”. Ho cambiato idea. Vi assicuro che andando avanti negli anni, già dopo i trenta, avere vissuto di più non è una cosa da buttar via, a parte il fatto che se adesso scoppia la guerra, metà di voi vivranno di meno. E dunque leggere i classici, di ogni epoca, compresi i classici contemporanei, è una buona assicurazione, non dico per la vecchiaia, ma per una maturità che non tarderà a venire dopo i ventiquattr’anni. Perché ricordatevi che tutto quello che si legge dopo i ventiquattr’anni non rimane, ci rimarrà solo quello che abbiamo letto prima, neanche ai professori d’università.

Noi dobbiamo dire il contrario.

A parte il divertimento di adesso, perché, ripeto, Edipo re è una grande storia di amore passione morte e inchiesta. Se ogni trasmissione televisiva è uguale a quella della settimana precedente, ogni libro, anche il più stupido, è diverso da un altro. Quindi sceglietevi i vostri classici e fatevi il vostro canone.